Negli ultimi decenni, l’Italia ha assistito a una progressiva stagnazione dei salari che ha avuto un impatto significativo sul potere d’acquisto dei lavoratori. Secondo il recente Rapporto curato dalla Fondazione Di Vittorio, “La questione salariale. L’emergenza salariale continua”, il nostro Paese è l’unico in Europa in cui le retribuzioni sono diminuite negli ultimi trent’anni, con una contrazione superiore al 3%. A fronte di un incremento salariale del 9% in Spagna e di aumenti superiori ai 9.000 euro in Francia e Germania, l’Italia ha visto un progressivo impoverimento delle retribuzioni.
L’Umbria non fa eccezione e registra salari al di sotto della media nazionale, con un divario crescente tra le province di Perugia e Terni. Le recenti indagini condotte dall’Agenzia Umbria Ricerche (AUR) e dalla Camera di Commercio confermano una condizione di arretratezza retributiva che si inserisce in un quadro già critico a livello nazionale.
Nel settore in cui lavoro, i recenti rinnovi contrattuali hanno cercato di recuperare la terribile spinta inflazionistica del biennio 2022-2023 con aumenti in media di 206 euro mensili nell’edilizia e 250 euro nel settore legno. Tuttavia, questi incrementi, sebbene significativi, non hanno colmato il divario salariale accumulato nel corso di decenni di stagnazione. Il problema, infatti, non è solo legato all’inflazione recente, ma a una tendenza di lungo periodo che ha visto la progressiva erosione del potere d’acquisto dei lavoratori.
Mentre i salari reali hanno subito una contrazione, i profitti delle imprese – specialmente in alcuni settori – sono cresciuti in modo consistente negli ultimi anni. Questo squilibrio è il risultato di un modello economico che ha favorito la compressione del costo del lavoro come leva competitiva, anziché puntare su investimenti in innovazione, produttività e qualificazione del lavoro.
Le riforme introdotte negli ultimi decenni, come il Jobs Act, avrebbero dovuto stimolare la crescita dell’occupazione e la competitività del sistema economico. Nella realtà, però, hanno prodotto un mercato del lavoro caratterizzato da instabilità, con un aumento del lavoro povero e precario, senza che ciò si traducesse in un incremento reale della produttività o in un miglioramento delle condizioni salariali. L’occupazione è aumentata, ma a discapito della sua qualità, con una diffusione sempre più ampia di contratti atipici, part-time involontari e forme di lavoro discontinuo che hanno contribuito a frammentare il tessuto sociale.
In questo contesto i referendum dell’8 e 9 giugno rappresentano un passaggio fondamentale per invertire la rotta, riducendo la precarietà e garantendo diritti fondamentali che sono stati progressivamente erosi. Il primo quesito mira ad abrogare il decreto sulle tutele crescenti, disponendo nelle aziende con più di 15 dipendenti la tutela della reintegra in caso di licenziamento illegittimo. Il secondo quesito riguarda le imprese sotto i 16 addetti, proponendo di eliminare il tetto massimo di sei mensilità di risarcimento per i lavoratori licenziati ingiustamente nelle piccole imprese, adottando un criterio che tenga conto della capacità economica dell’azienda, dell’età e dei carichi familiari del lavoratore. Inoltre, si punta a ridurre la precarietà reintroducendo l’obbligo di una motivazione valida per i contratti a termine, contrastando così l’uso indiscriminato di rapporti di lavoro precari e favorendo l’occupazione stabile. Infine, si interviene sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, estendendo la responsabilità delle aziende negli appalti, contrastando il ricorso a imprese prive di solidità finanziaria e non in regola con le norme antiinfortunistiche.
Parallelamente, risulta essenziale un rafforzamento della contrattazione collettiva, strumento indispensabile per garantire retribuzioni adeguate e condizioni di lavoro dignitose. Ma per farlo, occorre ricostruire una consapevolezza collettiva tra i lavoratori, sostenendo la capacità di azione del sindacato e riaffermando il protagonismo del lavoro nelle scelte economiche del Paese. Il problema salariale è il riflesso di un modello di sviluppo che ha sacrificato la tutela del lavoro in nome di una competitività basata sulla riduzione dei costi. Una logica che accentuato la forbice delle disuguaglianze anziché puntare sulla qualità dell’occupazione e una giusta distribuzione della ricchezza.
I referendum rappresentano quindi un passo importante in questa direzione, ma devono essere accompagnati da una volontà e un impegno costanti nel rafforzare il tessuto sociale, affinché la lotta per il lavoro dignitoso, stabile, sicuro e tutelato continui e vada oltre il voto, nella direzione di un cambiamento duraturo e strutturale.
Elisabetta Masciarri, segretaria generale Fillea Cgil Umbria